Rabbia repressa: l’emozione velenosa di Sergio.

Rabbia repressa? Può causare molti disturbi: è un’emozione che ci spaventa perché non è socialmente accettata. Leggi la storia di Sergio e scopri come è riuscito a disintossicarsi da questa emozione così velenosa.

La rabbia: emozione primitiva, fulcro delle emozioni.

La rabbia è una delle emozioni più profonde e primitive che esistano.

E’ possibile osservarla in altri mammiferi diversi dall’uomo, che utilizzano la rabbia e l’aggressività come strumenti strettamente legati alla sopravvivenza della propria specie.

Gli animali attaccano perché sono spaventati da qualcosa o usano l’ira come reazione all’attacco dei predatori, per imporsi sul rivale sessuale, per allontanare un intruso dal proprio territorio o per difendere i propri cuccioli. In modo analogo l’uomo primitivo utilizzava la rabbia per proteggere se stesso, il proprio territorio e i suoi abitanti e la considerava una risorsa, uno strumento per superare un ostacolo e assicurarsi la sopravvivenza.

La rabbia, insieme alla gioia e al dolore, è tra le prime emozioni che il bambino manifesta, proprio perché risiede nella parte più arcaica della nostra mente: tutti noi abbiamo presente l’immagine di un bambino contrariato che, ripreso da un adulto, lancia con rabbia un giocattolo.

Crescendo la nostra società ci insegna che manifestare la rabbia e farsi dominare da essa non è un comportamento socialmente accettabile e quindi iniziamo a reprimerla: cosa penseremmo di un collega che, contrariato con noi, ci scaglia addosso un’agenda o ci morde? Sicuramente la persona sarebbe allontanata dal posto di lavoro o comunque non sarebbe considerata una persona sana ed equilibrata!

 

Rabbia repressa: l’emozione più inibita della nostra società

Nasce così la complicata relazione tra l’uomo moderno e la rabbia, l’emozione più inibita nella nostra società: se la rabbia viene regolarmente manifestata fa risultare l’individuo in questione una persona con un pessimo carattere, una fastidioso menagramo. Se la rabbia è repressa a lungo, rischia di implodere in modo violento o addirittura creare uno squilibrio all’interno del nostro corpo trasformandosi in una patologia psicosomatica a carico della pelle o dello stomaco.

Ci consideriamo evoluti, siamo cresciuti tra etica e civiltà, eppure, come risulta dai numerosi racconti dei miei clienti e dai tanti fatti di cronaca, non siamo stati educati a gestire la rabbia in modo corretto. Spesso ci mancano proprio gli strumenti per gestirla evitando che vada a rovinare la nostra salute e che diventi distruttiva per gli altri e per noi stessi.
Nella relazione tra noi e la rabbia è determinante anche il tipo di educazione che abbiamo ricevuto: chi ha avuto genitori aggressivi, tenderà a considerare la violenza e gli scatti d’ira come una normale reazione di fronte alle frustrazioni della vita, chi è cresciuto in ambienti agiati a protetti e solamente da adulto ha scoperto cos’è la frustrazione, si troverà a doverla fronteggiare impreparato. Altri ancora, imprigionati da dogmi religiosi, precetti ereditati da un’educazione molto rigida, hanno imparato fin da subito a reprimere sistematicamente la rabbia, imbrigliando la propria libertà personale. Questo accade soprattutto alle donne, in quanto viene richiesto loro fin dall’infanzia di mostrarsi sempre gentili, pazienti, concilianti, mentre risulta socialmente deplorevole e indice di scarso equilibrio personale manifestare la propria rabbia in modo aggressivo e diretto.

 

Rabbia repressa: contro cosa ci arrabbiamo?

In natura la rabbia può essere definita come la reazione naturale di fronte alle seguenti tipologie di eventi:

  • bisogno.
  • Attribuzione a tale oggetto dell’intenzionalità di opporsi a questo nostro bisogno.
  • Forte intenzione di attaccare, aggredire l’oggetto frustrante.
  • Azione di aggressione che si realizza mediante l’attacco.

 

Nella specie umana, la cultura e le regole sociali spesso impediscono di dirigere la manifestazione della nostra rabbia direttamente verso l’agente che l’ha scatenate a e quindi la nostra rabbia o viene repressa oppure viene indirizzata verso un oggetto diverso rispetto a quello che provoca la frustrazione, oppure addirittura verso noi stessi.

La rabbia repressa porta sempre un messaggio importante: ascoltalo.

Pugno-rabbia-repressa

La rabbia viene repressa perchè è quasi sempre percepita come qualcosa di negativo, di sbagliato, anche se di per sé non lo è.
Dietro alla rabbia repressa possiamo trovare uno di questi stati d’animo:

  • l’insofferenza prolungata,
  • il malcontento nascosto,
  • il piacere represso troppo a lungo,
  • la sensazione di non essere stati amati o ascoltati a sufficienza,
  • un forte senso di ingiustizia,
  • il rancore inespresso,
  • il narcisismo ferito,
  • il rimuginare sospettoso,
  • l’affermazione negata di sé.

Il fatto di conferire una connotazione così negativa alla rabbia fa sì che ogni volta in cui la sentiamo affiorare cerchiamo di reprimerla, allontanandola da noi. La rabbia repressa affonda sempre in radici lontane, a volte lontanissime: l’evento che la fa scattare oggi è una sorta di eco di una ferita del passato, che rievoca un momento della nostra vita in cui ci siamo sentiti feriti, umiliati, pressati.

Ogni volta che nel nostro presente si immette un meccanismo che ci ricorda quell’esperienza frustrante, dentro di noi si riaccendono le emozioni legate a quei sentimenti negativi, che vengono a galla amplificati e più impetuosi di prima.

Se le offese e le ferite del passato non si possono rimarginare completamente e non possiamo rimediare ai torti subiti in passato è però bene che il nostro presente e il nostro futuro non vengano costantemente rovinati e turbati da queste emozioni. Ed è per questo motivo che è importante disintossicarsi dalla rabbia repressa e imparare a gestirla.

Anche in questo caso la rabbia repressa ci sta dicendo, attraverso il suo linguaggio, che c’è qualcosa che non va e che la persona non riesce più a sopportare una certa situazione o una data relazione. I sintomi del nostro corpo sono messaggi che vanno ascoltati e capiti.

Rabbia repressa ed emozioni velenose. La storia di Sergio

Sergio è un uomo di 40 anni che lavora come operaio specializzato in una piccola fabbrica metalmeccanica ed è sposato con Silvia, un tecnico di laboratorio.
Sono sposati da dieci anni e sono genitori di Sofia, una bambina di quattro anni.

Si rivolge a me perchè da molto tempo soffre di una serie di sintomi molto fastidiosi che non riesce più a risolvere con i tradizionali farmaci prescritti dal medico di base.
I sintomi che Sergio riporta sono i seguenti.

  • Cefalea pulsante: almeno due/tre volte al mese ha dei fortissimi attacchi di cefalea così debilitanti da dover restare coricato al buio per molte ore.
  • Tensione muscolare che gli provoca tensione cervicale e anche contrattura delle dita delle mani. Mi dice che non riesce mai a distendere le dita delle mani, che rimangono contratte con relativo dolore.
  • Eczema alle mani: nel palmo delle mani la pelle è molto secca, quasi squamosa e tende a spaccarsi.
  • Bruciori di stomaco: Sergio avverte forti bruciori di stomaco e spesso fatica a digerire.

 

In realtà ha deciso di rivolgersi a me dopo essere stato spinto dalla moglie Silvia che, parlando sul posto di lavoro dei disturbi del marito, ha scoperto attraverso una collega dell’esistenza del seminario di Riequilibrio Emozionale che ho ideato con Laura Rosen.

Silvia è molto in ansia per il marito: oltre ai sintomi fisici che la preoccupano perché spesso invalidanti (soprattutto la cefalea e la tensione cervicale) è preoccupata anche per il comportamento di Sergio, che alterna momenti di totale apatia a scatti improvvisi d’ira.

La rabbia repressa spegne l’interruttore delle emozioni.

Spesso quando marito e moglie litigano, lei lo attacca duramente, facendogli pesanti accuse, ma lui non ha nessun tipo di reazione: non dice nulla nemmeno per difendersi, sembra completamente chiuso in guscio. In altre occasioni, un evento poco rilevante, come un oggetto fuori posto, un bicchiere d’acqua rovesciato per terra dalla bambina, una macchia di pennarello sul divano, scatenano in lui dei veri e propri scatti d’ira che sono diretti verso gli oggetti che colpisce o lancia con violenza, ma anche contro se stesso.
Se questi episodi avvengono all’interno delle mura domestiche, all’esterno Sergio tende a sfogare la sua rabbia repressa pungolando gli altri, provocando i suoi amici più mansueti ed educati con frasi provocatorie, commenti acidi e dispetti infantili per un uomo della sua età.
E’ sempre molto critico nei confronti degli altri e si dimostra poco tollerante e poco predisposto ad adattarsi alle esigenze degli altri. Si sente sempre in difetto nei confronti dei suoi amici sia dal punto di vista personale e professionale (Mario fa un lavoro più bello del mio, Matteo ha un ruolo di responsabilità, io no) che economico e materiale  (Luca guadagna più di me, Marco e Sara hanno una macchina più bella della mia, Simona e Gianluca hanno fatto una vacanza fantastica), etc.
Quando la sua autostima è proprio sotto i piedi, e il confronto con l’altro lo fa sentire un perdente, reagisce inventandosi e raccontando bugie sulla sua vita, su cosa ha fatto da giovane, su piccoli fatti quotidiani accaduti. All’inizio Silvia non si era accorta di questa tendenza a mentire, ma negli ultimi periodi si è accorta che la menzogna è sistematica anche sugli aspetti più insignificanti della giornata. E’ un comportamento che Sergio aveva già manifestato da bambino: modificare la realtà per non deludere il padre, per nascondere le cose che lui non approvava o giudicava come non appropriate.

 

Rabbia repressa e una difficile relazione padre-figlio.

Il padre di Sergio  è uomo brillante e un lavoratore di successo che, grazie alla sua determinazione e al suo impegno, si è costruito una posizione sociale ed economica che lo fa vivere nell’agio. Considera suo figlio un debole, una persona che ha poco voglia di lavorare, che inventa continue scuse per non impegnarsi, che è troppo viziato dalla madre, che al contrario tende sempre a difendere e giustificare il suo unico figlio. La donna infatti, per via di un difetto fisico comunque non invalidante, lo ha sempre protetto in modo eccessivo e gli ha trasmesso la sensazione che è per via di quella “imperfezione” che la vita non è stata abbastanza generosa con lui. “Sergio è sempre stato sfortunato” è la sua frase preferita che ama ripetere parlando di lui.

Ancora oggi la relazione tra padre e figlio è sempre frutto di tensione: quando lui gli parla, con un tono spesso duro e giudicante, per lo più Sergio resta ammutolito e sente che non riuscirà mai a fare vedere a suo padre quanto vale, che non sarà mai meglio di lui in nessun campo della vita. Se non tace, deve mentire per dire al padre quello che lui vorrebbe sentirsi dire.
Non ha mai avuto la forza di ribellarsi, anzi accetta tutti gli aiuti che il padre gli offre (gli ha acquistato la casa dove è andato a vivere con la famiglia, ha deciso lui come progettarla e arredarla), ma da questa relazione nascono emozioni velenose che fanno covare rabbia e rancore in lui.

 

Rabbia repressa: se vince lei spariscono la gioia e l’empatia.

Negli anni Sergio ha costruito intorno a sé una dura corazza che non solo gli permette di reprimere la sua rabbia nei confronti della vita, ma che gli impedisce di trasmettere ed esprimere le sue emozioni più intime e profonde come la gioia e il dolore.

Si sente bloccato ad esprimere affetto e attrazione verso sua moglie, farle notare come è bella con un abito, piuttosto che con una nuova acconciatura: la percepisce quasi come una rivale, perchè è più in gamba e brillante di lui, guadagna uno stipendio maggiore del suo e che gli fa pesare che non può chiedere il part-time per seguire la loro piccola.

Anche il desiderio sessuale tra di loro si è spento: Sergio ha paura di non essere all’altezza della situazione, teme di deludere Silvia, ha paura anche a toccarla con le sue mani ruvide e squamose per via dell’eczema. Silvia sta cercando una seconda gravidanza, che tarda ad arrivare e lui si sente in colpa anche per questo fallimento.

Ma anche in questo caso reprime la rabbia e non manifesta mail il suo malcontento: se viene offeso verbalmente o ferito da un comportamento non riesce a dire alla moglie: “Questa cosa mi fa male.” Se la cefalea lo costringe a letto, o il reflusso gli fa bruciare lo stomaco non dice: “Ho male, ho bisogno di te.” Preferisce rifugiarsi nel vittimismo “Sono sfortunato, capitano tutte a me” e reprimere la sua rabbia.

Fino a poco tempo fa Sergio aveva una valvola di sfogo che era la sua motocicletta. In sella alla sua moto finalmente si sentiva libero di essere se stesso, sfidava la paura, tanto da sentirsi quasi infallibile. Poi, un brutto incidente dal quale è uscito illeso nonostante un trauma cranico, ha stoppato la sua corsa e la famiglia gli ha proibito di acquistare una seconda motocicletta.

 

Vincere la rabbia repressa e disintossicarsi delle emozioni velenose

Tutta questa rabbia repressa ribolle dentro a Sergio, aumentando di intensità: gli ha anche tolto la positività e la voglia di fare progetti per il futuro, nonostante la sua giovane età:
“Per non ricevere più delusioni non faccio più progetti nella vita, tanto non sarò mai in grado di cambiarla”.
E qui, il passo verso una forma depressiva, è davvero breve.

Cosa sta succedendo a Sergio?

Sergio presenta tutti i sintomi di quella che definisco un’intossicazione emotiva:

  • disturbi fisici: cefalea, tensione muscolare, eczema, disturbi intestinali.
  • disturbi psicologici; scatti d’ira, insoddisfazione cronica, confusione.
  • disturbi relazionali: problemi di coppia, bassa autostima e incapacità di gestione emotiva.

Per ritrovare l’equilibrio Sergio dovrà innanzitutto riconoscere e portare alla luce la sua rabbia repressa (nel seminario parliamo proprio di maieutica delle emozioni) e successivamente ristrutturare le sue emozioni per ritrovare l’armonia perduta.

Il processo non sarà automatico, né immediato perché richiederà un lavoro importante di presa di coscienza e di riprogrammazione, ma questa è l’unica via che lo porterà alla guarigione e alla sua realizzazione.

Riequilibrio Emozionale: la salute sta nell’equilibrio

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Ogni volta in cui proviamo un’emozione si crea all’interno del nostro corpo un accumulo di energia che viene correttamente liberata solo se riusciamo ad esprimerla correttamente.
Quando reprimiamo le nostre emozioni e i nostri sentimenti tale energia rimane bloccata, si accumula dentro di noi e può implodere dando origine ad una malattia: fisica, psichica o dell’anima.

La rabbia repressa di Sergio, scatenata dalla sensazione di essere trattato in modo ingiusto, di non essere capito, di non riuscire ad ottenere ciò che desidera dalla vita, può creare danni a molti organi vitali come il cuore, l’apparato digerente (l’espressione rodersi il fegato per la rabbia, non è casuale), oltre che abbassare o azzerare le sue difese immunitarie (un attacco d’ira di pochi minuti azzera completamente le difese immunitarie del nostro corpo per le successive sei ore) e alterare la produzione di ormoni.

 

Ho quindi suggerito a Sergio di partecipare al prossimo seminario di Riequilibrio emozionale, il percorso che ho ideato insieme a Laura Rosen, consulente filosofico a  indirizzo bioenergetico: è un metodo di guarigione che si fonda sul riequilibrio delle emozioni e integra psicologia, medicina bioenergetica e informazionale con le tradizioni olistiche.

 

Attraverso questo percorso, che ha inizio durante il seminario, ma che proseguirà anche a casa attraverso esercizi e “buone abitudini” quotidiane, Sergio imparerà e gestire in modo sano la sua rabbia e migliorerà le sue relazioni, ritrovando, un passo alla volta, il proprio benessere psicofisico e una completa vitalità.

 

Rabbia repressa: la tua opinione

Cara amica, caro amico, tu reprimi la rabbia? Se sì per quale motivo? E nei confronti di chi? Mi farebbe molto piacere se lasciassi un tuo commento in questa pagina, riportando la tua esperienza personale oppure chiedendomi un chiarimento su quanto hai appena letto.

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Se vuoi scaricare il primo video gratuito di Riequilibrio emozionale clicca qui.

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Ti ringrazio della fiducia, a presto.

Un caro saluto,

Dr. Succi

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